Una chiamata all’Unità e all’Azione!

Viviamo una fase storica in cui la parola politica sembra aver perso peso, senso, credibilità. Non perché i conflitti siano scomparsi, ma perché sono stati frantumati, individualizzati, resi invisibili o normalizzati. La precarietà, lo sfruttamento, la marginalità sociale, la crisi ambientale e democratica non mancano: manca una forza collettiva capace di nominarli, organizzarli e trasformarli in azione.Quella che un tempo avremmo chiamato sinistra extraparlamentare non è scomparsa perché ha perso ragione d’essere: è scomparsa perché si è dispersa. In mille sigle, linguaggi e pratiche scollegate tra loro, si è spesso rifugiata nella testimonianza o nella pura critica, rinunciando a incidere realmente nella società. Nel frattempo, le destre hanno occupato il terreno lasciato libero: parlano di popolo senza emanciparlo, di comunità senza solidarietà, di sicurezza senza giustizia sociale. E lo fanno perché qualcuno ha smesso di farlo al posto nostro.

Servono forse meno parole e più fatti concreti. Meno appelli occasionali, più continuità reale. Meno eventi simbolici, più presenza stabile nei luoghi e nei quartieri. Le persone non partecipano perché vengono chiamate una volta ogni tanto. Partecipano quando percepiscono coerenza, utilità sociale e radicamento; quando sentono che il loro tempo non viene consumato, ma trasformato in qualcosa che resta; quando sentono proprie le battaglie che sono di tutte e tutti.

Non possiamo ignorare quanto è successo a Torino il 31 gennaio 2026: un momento cruciale di mobilitazione politica si è rivelato insufficiente, dimostrando che senza una presenza radicata e continuativa anche le battaglie fondamentali rischiano di restare simboliche. Il referendum imminente e i nuovi pacchetti sicurezza, con le loro conseguenze sulle libertà e sul tessuto sociale, richiedono la nostra attenzione e un impegno costante, concreto e condiviso.

Questa non è una chiamata alla nostalgia, né all’unità forzata sotto una bandiera unica. È una chiamata alla ricomposizione sociale. Alla consapevolezza che, senza un lavoro paziente e concreto nei territori, nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nei conflitti reali, nessuna parola d’ordine – per quanto giusta – può diventare forza materiale.

Questa è una chiamata all’azione per chi oggi si sente ai margini, deluso, stanco, disilluso, ma non indifferente; per chi non si riconosce nelle forme attuali della politica, ma non ha smesso di riconoscere l’ingiustizia e per chi ha capito o sta scoprendo la profonda differenza fra ciò che è giusto e ciò che è legale; per chi sa che la frammentazione non è pluralismo e che l’isolamento non è autonomia. È il momento di ricostruire presenza, organizzazione e fiducia, prima che le opportunità di incidere sulla realtà sociale ci scivolino tra le mani.

L’unità di cui abbiamo bisogno non è né elettorale, né organizzativa in senso stretto. È unità di scopo: riconoscersi parte dello stesso spaccato sociale, anche nella diversità di percorsi, culture politiche, strumenti e privilegi. Tornare a considerare l’attivismo non come un’identità, ma come una pratica. Non come un certificato morale, ma come un’assunzione di responsabilità. Non serve essere d’accordo su tutto. Serve decidere da che parte stare, e starci insieme, onde evitare di diventare la barricata stessa. Serve ricostruire o riappropriarsi di spazi di confronto reale, pratiche condivise, iniziative concrete che parlino alle condizioni materiali delle persone. Serve tornare a essere riconoscibili non per ciò che diciamo di essere, ma per ciò che facciamo. Serve inoltre, riaccendere lo spirito della solidarietà che ha contraddistinto le più importanti lotte politiche della storia del nostro Paese. Se c’è una speranza, non verrà dall’alto né da un leader. Verrà da una ricomposizione lenta, ostinata, collettiva, dal basso; dal rifiuto di rassegnarsi alla marginalità politica come destino naturale; da chi sceglie di smettere di aspettare il momento giusto, e comincia a costruirlo. Questa è una chiamata all’unità sociale: Non per vincere domani, ma per tornare a esistere (e non sempre resistere) oggi.