Giustizia, premierato, autonomia differenziata: il piano inclinato verso la post-democrazia

Ad uno sguardo non superficiale, appare chiaro che la riforma della giustizia è solo un tassello di un mosaico che comprende il cosiddetto premierato, la riforma della legge elettorale, l’autonomia differenziata. Dietro c’è la convinzione – in verità, non solo della destra – che in un’epoca di rapidi mutamenti tecnologici, shock economici e finanziari, guerre, la democrazia liberale parlamentare, fondata sull’equilibrio e la divisione dei poteri – tra esecutivo (Governo), legislativo (Parlamento), giudiziario (Magistratura) – sia strutturalmente incapace di prendere decisioni in tempi rapidi; bloccata da veti incrociati; gravata da instabilità, lentezza, inefficienza. La soluzione prospettata dalla destra – portando a compimento un processo ormai trentennale – è concentrare il potere al vertice, nell’esecutivo, marginalizzando definitivamente il Parlamento e addomesticando la Magistratura (senza intaccare le sue vere storture, come la durata dei processi civili), mentre il paese viene definitivamente balcanizzato nelle prestazioni sanitarie e sociali con l’autonomia differenziata.

Con il premierato, il presidente del Consiglio riceve la sua legittimazione dall’elezione diretta dei cittadini – e il suo partito o coalizione ottiene, grazie alla nuova legge elettorale in discussione, un premio di maggioranza abnorme (con il 40% dei voti si accaparra il 55% dei seggi complessivi), blindando di fatto l’esecutivo. Forte della maggioranza assoluta, Il Governo potrà a questo punto eleggere da solo il Presidente della Repubblica, con una serie di conseguenze. Potrà nominare direttamente e indirettamente (tramite il presidente della repubblica), i 2/3 dei giudici della Corte Costituzionale, presiedere indirettamente i due CSM previsti dalla riforma (uno per la magistratura requirente e uno per la magistratura giudicante) e condizionarne le decisioni attraverso la nomina dei membri laici; influenzare l’Alta Corte Disciplinare, anche qui indirettamente, attraverso il “suo” Presidente della Repubblica, e direttamente, indicando i laici, cioè i parlamentari il cui sorteggio è solo apparente, perché avviene su una lista di nomi dal numero non specificato, mentre per i membri togati il sorteggio è sul totale dei magistrati. Inoltre, è facile ipotizzare che l’esecutivo prima o poi stenda la sua mano sulla nuova figura di pm-poliziotto previsto dalla riforma. Un pm completamente autoreferenziale, avvocato dell’accusa, sganciato dalla cultura della giurisdizione che impone la ricerca della verità e non la colpevolezza dell’indagato.Cose non bastasse, con la cosiddetta autonomia differenziata, l’esecutivo potrà assegnare alle regioni questa o quella competenza con trattativa bilaterale – con il parlamento che non avrà altra scelta che ratificare l’intesa o rigettarla, senza possibilità di discutere, o emendare, i singoli punti dell’accordo.

Il rischio che corriamo avallando questo processo è l’ulteriore svuotamento del luogo della sovranità popolare – il Parlamento – lo scadimento definitivo della magistratura e dei contropoteri, in un quadro di apatia crescente dell’elettorato (va a votare il 50% degli aventi diritto). Una democrazia plebiscitaria, cerimoniale, in cui le istituzioni democratiche sono conservate de iure, ma esautorate de facto. Una post-democrazia, insomma, che dobbiamo rifiutare prima che sia troppo tardi.