Bob Dylan e l’America lacerata
Corre l’anno 1975 ( o forse è il 2026?).Alla vigilia del bicentenario dalla nascita della nazione, gli Stati Uniti sono un paese in crisi d’identità: lacerato, attraversato da una spirale di declino economico, sociale, politico e morale che appare irreversibile.L’ignominioso epilogo della guerra in Vietnam, con la caduta di Saigon e la fuga degli ultimi soldati americani. Lo scandalo Watergate, che ha provocato le dimissioni di Nixon. La violenza e il crimine che dilagano nelle metropoli – e che la New Hollywood riproduce fedelmente sugli schermi, da Chinatown a Taxi Driver ( si veda il recente documentario di Morgan Neville, Breakdown: 1975, disponibile su Netflix).Lo sganciamento del dollaro dalla parità aurea e il crollo del sistema di Bretton Woods. La fine del petrolio a basso costo e l’avvento della stagflazione, con il suo micidiale combinato disposto di inflazione a due cifre e alta disoccupazione.La consunzione delle speranze di rinnovamento sociale degli anni Sessanta, dopo gli assassinii dei Kennedy, di Malcolm X, di Martin Luther King. Il riflusso della grande stagione della controcultura rock californiana, sancito simbolicamente dai tragici fatti di Altamont (dicembre 1969), e il contestuale revival di politiche repressive e securitarie, sponsorizzate dai repubblicani, contro le figure considerate devianti – in primo luogo afroamericani, studenti dei movimenti pacifisti, hippie.
È su questo sfondo che Bob Dylan inventa il Rolling Thunder Revue: un tour che tocca esclusivamente piccoli locali e teatri delle città di provincia del New England. Un Dylan che ha definitivamente dismesso i panni del folksinger impegnato e viene da una lunga latitanza dalle scene. Nel nuovo tour, come sempre accade nel suo percorso artistico, spiazza e rimescola le carte: sale sul palco truccato, con il volto dipinto di bianco, per denunciare la menzogna e la dissimulazione come cifra del suo – e del nostro – tempo; ovvero per suggerire che, paradossalmente, l’unico modo che resta per dire la verità è indossare una maschera.
Per questa avventura nel cuore di tenebra americano, Dylan sceglie come Virgilio il guru della Beat Generation, Allen Ginsberg, affiancato da alcune icone del cantautorato folk – tra gli altri Joan Baez, Joni Mitchell, Bob Neuwirth, Ramblin’ Jack Elliott. Sul piano musicale, confonde generi e stili diversi – ballata folk, rock & roll, country, blues – impreziosendo il tutto con il violino di Scarlet Rivera, giovane musicista scovata nelle bettole del Greenwich Village di New York.
La voce di Dylan – mai così tagliente, ipnotica, disturbante – canta i demoni dell’America come nessun altro sa fare, utilizzando parole dense di rimandi intertestuali: la Bibbia, la letteratura beat, la poesia simbolista. Parole capaci di decifrare i segni di ogni tempo proprio perché senza tempo. Parole cariche di disincanto per l’utopia tradita del decennio precedente, come nella potente versione elettrica di “Hard Rain”:“Cosa farai ora, ragazzo mio caro ?Andrò dove la gente è tanta e le loro mani sono completamente vuote, dove i proiettili avvelenati contaminano le loro acque,dove il volto del boia è sempre ben nascosto, dove nero è il colore e zero il numero, e lo dirò, lo penserò, lo pronuncerò, lo respirerò, e lo rifletterò su una montagna così che tutte le anime possano vederlo,poi starò sull’oceano fino a quando incomincerò ad affondare, ma saprò bene la mia canzone prima di incominciare a cantare, e ed è una dura, dura pioggia quella che sta per cadere”
Il Rolling Thunder Revue è una catarsi, una scossa morale e spirituale per chi lo rivive oggi grazie allo splendido docu-film di Martin Scorsese. Le fragilità, le miserie, le paure della “più grande democrazia del mondo” permangono intatte anche a distanza di mezzo secolo. Ciò che manca, oggi, è un linguaggio capace di farle emergere dall’inconscio collettivo, di plasmarle e trasformarle in visione creativa, in progetto di rinnovamento radicale.
In definitiva, è la grande Arte – quella che nutre anche la grande Politica – la grande assente nel panorama occidentale contemporaneo.