I miei giorni al Cottolengo. Il regista Tonino De Bernardi racconta la sua esperienza nell’ospedale torinese

Il regista Tonino de Bernardi, oggi ottantenne, è stato ricoverato recentemente all’Ospedale Cottolengo per quindici giorni a seguito di una caduta.

Appena rientrato a casa mi ha chiamata per raccontarmi la sua degenza nell’ospedale torinese. I giorni passati lì sono stati molto intensi, non è stato un periodo sprecato. Mi sono arricchito di amore, esperienza umana, affetto reciproco. Si parla sempre male degli ospedali ma il Cottolengo è un’eccezione. E pensare che i miei genitori pensavano che fosse l’ultimo degli ospedali perché vi erano ricoverate le persone scartate dalla società e dalle famiglie. Quando sono arrivato mi sono stupito che molte persone mi conoscessero; anche una giovane infermiera che aveva visto il mio film “Piccoli Orrori”. Poi c’era Suor Chiara, con la sua presenza costante, e Aldo, il mio compagno di stanza, appassionato di cinema. Quando ho sentito il suo nome, ho pensato immediatamente a Luchino Visconti e ad Aldo Graziati, in arte “Aldò”, direttore della fotografia in molti suoi film.

Adesso che è a casa, De Bernardi sfoglia le pagine del quaderno che aveva con sé in ospedale: “Vi ho appuntato ricordi, in particolare quello di mio nonno che, in modo eroico, aveva salvato una bambina dalle acque di un torrente destinate ad un mulino vicino a casa nostra. Avevo anche dei colori a cera e con quelli ho evidenziato determinate parole che mi venivano in mente o il nome di figure per me significative. Il nome di Christa Wolf l’ho colorato di rosso, ad esempio. Ce l’aveva fatta conoscere un’amica che ora non c’è più. Con il colore mi sembra di riportare in vita i morti”. Prima di chiudere la chiamata si emoziona: “Ultimamente piango spesso, ma i dottori mi han detto che piangere fa bene”.