La nascita di un bambino in un gruppo condannato all’estinzione riaccende la speranza tra i popoli indigeni dell’Amazzonia. E non solo
In questi giorni in cui il Medio Oriente brucia e la guerra si allarga assumendo proporzioni non prevedibili, mi ha particolarmente colpita una notizia che arriva da uno di quei luoghi ancora remoti del globo.
Mentre in una parte del mondo l’odio divide popoli vicini, con radici storico-culturali comuni, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana due diversi gruppi indigeni stanno lottando contro quello che sembra essere per loro un destino inesorabile: la propria definitiva scomparsa dalla faccia della Terra.
Due mesi fa, però, è successo qualcosa di inaspettato. Una delle tre donne che, uniche sopravvissute, compongono oggi il popolo Akuntsu dello stato di Rondonia, ha dato alla luce un bambino. L’ultima nascita nel gruppo risaliva a trent’anni fa. Il padre del bambino appartiene a un gruppo vicino, i Kanoê, considerati nemici dagli Akuntsu – parola che nella lingua kanoê significa “altro indio” – almeno fino a quando, negli anni ‘90, compresero entrambi di trovarsi di fronte ad un nemico ben più pericoloso. L’unione tra membri appartenenti a gruppi umani un tempo ostili sancisce quella che ora è una vera e propria alleanza per la sopravvivenza.
Il processo che ha portato questi due popoli vicini all’estinzione, inizia negli anni ’70, quando la Dittatura Militare promuove un programma di espansione dell’agro-pastorizia e incoraggia la migrazione interna verso l’Amazzonia, prevedendo anche la realizzazione di una strada, la BR-364, che attraversa lo stato di Rondonia da est a ovest.
Per ottenere il titolo sulle terre, coloni e fazendeiros devono dimostrare che queste non sono occupate dagli indigeni. Inizia quindi una vera e propria caccia agli indios che, per sfuggire ai massacri, si rifugiano nel folto della foresta.
Nel 1995, quando i sertanistas (esperti di indios isolati) della Funai (l’agenzia brasiliana per la protezione degli indigeni) approcciano i Kanoê – secondo la nuova politica dell’ente, promossa in primis da Sydney Possuelo, che prevede il contatto solo in caso di rischio di attacco o contagio con virus introdotti dall’esterno – trovano un gruppo di cinque sopravvissuti che informano i funzionari della presenza, nelle vicinanze, degli Akuntsu. In questo caso, i sopravvissuti sono sette e lo sciamano del gruppo, Conibù, mostra i segni dei colpi d’arma da fuoco che porta ancora sul corpo.
Nel 2006, la Funai destina un’area riservata agli Akuntsu e ai Kanoê che si ritrovano così a convivere in una piccola zona di foresta ancora fitta sulle sponde del Rio Omerê. La relazione, mediata per lo più dai funzionari dell’ente, rimane comunque complessa, caratterizzata da differenze culturali e barriere linguistiche. Tale diffidenza reciproca non ha impedito però ai due gruppi di collaborare: l’attuale leader spirituale Kanoê, ad esempio, ha appreso alcune conoscenze spirituali dallo sciamano Akuntsu. Con la morte di Conibù, ultimo membro maschio del gruppo, le tre donne – la cui età non è nota – hanno iniziato a dipendere dai Kanoê per compiti considerati maschili, come la caccia e la bonifica dei campi.
Nelle immagini satellitari, il territorio degli Akuntsu si distingue come un’isola di foresta circondata da pascoli per il bestiame e da campi di soia e mais. Il nuovo nato, come ha sottolineato Joenia Wapichana, presidente della Funai, è quindi “un simbolo di speranza per gli Akuntsu e gli altri popoli indigeni ma anche per la protezione della foresta”, di cui i popoli isolati sono i fragili custodi, vista la costante minaccia che incombe su di loro e sul loro ambiente di vita.
Questi piccoli popoli che resistono all’avanzata della cosiddetta civiltà, rappresentano dunque per noi, “società avanzate”, l’esempio di una convivenza possibile con l’Altro, se ad essere in gioco è la stessa sopravvivenza fisica e la perpetuazione di un modo proprio di stare al mondo.