Le conseguenze di un’informazione tendenziosa sul pensiero della gente

Può capitare di parlare con qualcuno e non capacitarsi. Di ascoltare destabilizzanti considerazioni sul presente come se le avesse pronunciate non tanto un alieno, quanto la vittima di manipolazioni alienanti dall’attualità. La responsabilità del rimedio è nella penna di chi detiene il nobile potere di informare, quindi formare il pensiero attraverso il quale ciascuno sceglie.

Lo stato dell’informazione in Italia

Un dato tanto sintetico quanto impietoso viene dall’indice annuale di Reporter Senza Frontiere (RSF): l’Italia occupa il 49° posto su 180 Paesi nella classifica 2025, con un punteggio di 68,01 su 100. È il peggior risultato tra tutti i Paesi dell’Europa occidentale.

Emerge il quadro di un Paese che non censura apertamente la stampa, ma la erode sistematicamente attraverso strumenti più sottili:

  • Precarizzazione del lavoro giornalistico;

  • Querele intimidatorie;

  • Concentrazione della proprietà editoriale;

  • Pressioni sulla TV pubblica;

  • Finanziamenti pubblici non trasparenti.

Si tratta di forme di controllo indiretto che producono un’autocensura, più efficace della censura diretta, perché più difficile da vedere e da combattere.

L’insidia della tendenziosità

Ma c’è di peggio: l’informazione tendenziosa, quella che presenta fatti, eventi o opinioni in modo parziale, selettivo o distorto, con l’obiettivo di orientare la percezione del destinatario verso una conclusione predeterminata. Ed è più pericolosa di una notizia falsa perché contiene elementi di verità, inquadrandoli, enfatizzandoli o omettendoli strategicamente.

Il problema, ad avviso di chi scrive, non riguarda solo chi produce informazione tendenziosa deliberatamente, ma anche chi la consuma passivamente. Una società in cui le persone non sviluppano strumenti critici è una società vulnerabile, tanto alla menzogna aperta, quanto alla mezza verità, che è la forma di manipolazione più sofisticata e difficile da smascherare.

Il rapporto con il “non sapere”

Non sapere di per sé non è un problema, è la condizione naturale di ogni essere umano di fronte alla vastità del mondo (povertà, scarsa istruzione, isolamento geografico, barriera linguistica… non sono una colpa ma condizioni di svantaggio).

Il problema nasce dal rapporto che si ha con il proprio non sapere:

  1. In chi potrebbe informarsi ma sceglie di non farlo o costruisce attivamente una barriera contro le informazioni che disturbano, per scegliere una certezza confortante;

  2. In chi affida il giudizio a chi si percepisce come “gruppo di appartenenza”;

  3. In chi vive un cambiamento di idea come minaccia al sé.

La postura etica e l’akolasia

Quando il “pensiero non esercitato” diventa una scelta consapevole, difesa attivamente — ossia, quando qualcuno rifiuta informazioni verificate, preferisce la semplificazione alla complessità e si indigna con chi lo invita a dubitare — non si tratta più solo di un limite cognitivo, è una postura etica.

Filosoficamente si chiama ignoranza colpevole o, nel termine latino usato da Aristotele, akolasia: l’incontinenza intellettuale, il cedere alla comodità del non pensare quando si avrebbe la capacità di farlo. Una persona con una postura etica integra non si accontenta di ciò che le fa comodo credere. Sente una responsabilità verso la verità, non come peso esterno, ma come esigenza interiore.

L’informazione tendenziosa sfrutta le posture chiuse e passive. Non le crea dal nulla, ma trova terreno fertile dove la postura etica è debole o assente.

Un esempio: la riforma della giustizia

Sul referendum per la riforma della giustizia l’operazione compiuta è stata sofisticata: si è presa una ferita vera (la lentezza, l’inefficienza della giustizia) e la si è usata come leva per una riforma che non la tocca. Si è agito sul malcontento popolare nel tentativo di ottenere il consenso a qualcosa che il popolo non ha chiesto e che, a obiettivo raggiunto, non cambierà nulla nella sua vita.

Cambierà, invece, l’equilibrio tra chi giudica e chi governa.