Basta soldi ai giornali: parte la raccolta firme per il referendum abrogativo
Lunedì 27 aprile l’associazione Schierarsi ha lanciato ufficialmente la campagna di raccolta firme per un referendum abrogativo che mira a porre fine al finanziamento pubblico diretto ai giornali. Il sito della campagna – https://www.bastasoldiaigiornali.it – è già online e offre tutte le informazioni necessarie.
L’obiettivo è semplice e di buonsenso: smettere di usare i soldi dei contribuenti per sostenere testate che, troppo spesso, hanno pochissimi lettori ma continuano a ricevere contributi statali. In un’epoca di informazione abbondante e facilmente accessibile, è legittimo chiedersi perché gli italiani debbano finanziare un sistema che produce più propaganda che giornalismo indipendente.
Le obiezioni più comuni (e perché non reggono)
Quando si parla di eliminare i finanziamenti pubblici all’editoria, emergono sempre le stesse obiezioni. Proviamo a guardarle con realismo e ottimismo.
1. “Senza soldi pubblici le lobby prenderanno il controllo totale”.
Le lobby e i grandi interessi economici già oggi esercitano un’influenza notevole su molti editori. Il finanziamento pubblico non ha creato un’informazione libera e pluralista: ha spesso trasformato i giornali in megafoni di narrazioni ufficiali, pagati con i nostri soldi. Togliendo i contributi statali, gli editori dovranno confrontarsi direttamente con il mercato e con i lettori. La propaganda costerà di più agli sponsor privati, riducendo il loro ritorno sull’investimento. E, soprattutto, non sarà più pagata dai contribuenti. È un passo verso maggiore responsabilità, non il contrario.
2. “Chiuderanno i piccoli editori”.
Molti piccoli editori sopravvivono già oggi grazie alla passione dei loro lettori, alle sottoscrizioni e alle vendite, non ai contributi diretti. Il vero problema è un sistema che ha creato dipendenza invece di premiare l’innovazione. Un mercato più libero premia chi offre un prodotto di qualità che le persone scelgono di pagare volontariamente.
3. “Non si può buttare il bambino con l’acqua sporca: meglio riformare che abolire”.
In teoria sarebbe l’ideale. Nella pratica, però, l’unico strumento davvero efficace rimasto nelle mani dei cittadini è il referendum abrogativo. La legge d’iniziativa popolare non obbliga il Parlamento a discuterla e votarla. Di fronte alle ripetute proroghe dei contributi, il referendum diventa l’unico modo concreto per far sentire la voce dei cittadini.
Un esempio che funziona: Il Fatto Quotidiano
Un caso concreto dimostra che è possibile fare buona informazione, anche con inchieste importanti e scomode, senza alcun finanziamento pubblico diretto. Il Fatto Quotidiano, fondato nel 2009, ha costruito il proprio modello di successo proprio su questo principio: vive grazie agli abbonamenti dei lettori, alle copie vendute in edicola e al sostegno diretto del suo pubblico. Per anni ha potuto vantare la frase “non riceve finanziamenti pubblici” come elemento identitario di indipendenza. Questo dimostra che un giornale può svolgere un ruolo di controllo del potere e mantenere una propria linea editoriale senza dipendere dai contributi statali. Se funziona per loro, può funzionare anche per altri editori disposti a conquistarsi ogni giorno la fiducia dei lettori.
La stampa italiana all’estero e gli italiani in Svizzera
Anche la stampa italiana all’estero beneficia di contributi pubblici specifici, pensati per diffondere la lingua e la cultura italiana oltre confine. La comunità italiana in Svizzera, una delle più numerose e consolidate all’estero, rappresenta un pubblico importante per molti quotidiani e periodici che arrivano nel Canton Ticino, a Zurigo, Ginevra o Losanna.
Tuttavia, proprio in Svizzera si vede chiaramente come un mercato dei media più maturo possa funzionare: i lettori hanno maggiore potere di scelta e tendono a sostenere solo ciò che ritengono di qualità. L’eliminazione dei finanziamenti pubblici in Italia potrebbe spingere anche le testate che operano all’estero a puntare di più sulla qualità dell’offerta e sul rapporto diretto con i lettori, piuttosto che sulla dipendenza dai sussidi statali. Chi saprà offrire un’informazione seria, aggiornata e libera da influenze eccessive avrà ottime possibilità di essere scelto e sostenuto volontariamente.
Giornali senza lettori, ma con i soldi di tutti
Il paradosso più evidente resta sotto gli occhi di tutti: esistono testate con tirature irrisorie che continuano a incassare contributi pubblici consistenti, mentre i cittadini pagano per un’informazione che spesso li ignora o li tratta con sufficienza. Il principio è limpido: chi non è letto, non deve essere mantenuto con i soldi di chi non lo legge.
Eliminare questi contributi non significa essere contro il giornalismo. Significa essere a favore di un giornalismo adulto, responsabile e competitivo, che vive del valore che crea per i suoi lettori, non di un assegno statale.
Un’occasione di libertà
Questa campagna rappresenta una bella notizia per chi crede nella responsabilità individuale e nella libertà di scelta. È un invito a riappropriarsi del proprio portafoglio e del proprio giudizio critico. Non è un attacco ai giornalisti (molti dei quali denunciano che i contributi non arrivano ai loro stipendi), ma a un meccanismo distorto che ha incentivato la dipendenza invece dell’autonomia.
Per firmare la richiesta di referendum bastano pochi click: basta accedere con SPID o CIE sulla piattaforma del Ministero della Giustizia.
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6200004
Sul sito https://www.bastasoldiaigiornali.it trovate tutte le informazioni utili, i materiali della campagna e i modi per dare una mano (condivisione, banchetti, diffusione tra amici e parenti).
Firmare è un atto di buonsenso e di rispetto verso i soldi pubblici. È un modo concreto per dire: basta pagarli per ignorarci (o, nel peggiore dei casi, per propagandarci).
Se credete che l’informazione debba conquistarsi ogni giorno la fiducia dei lettori e non pretendere un vitalizio dallo Stato, questa è la vostra occasione. Firmate e aiutate a far firmare. La democrazia si esercita anche così.