Venezia a volo d’uccello

Oggi è una bella giornata estiva, l’aria del mattino è fresca e limpida. Dalle Fondamenta Nove si vedono perfino le montagne che cingono il Veneto settentrionale, cosa rara.
Anche porto Marghera sembra più bello con i suoi camini che sembrano alte torri, solitarie vestigia di un’era così recente eppure già lontana.
Mi dirigo verso il campo SS. Giovanni e Paolo e subito vengo attratto dall’immensa impalcatura che ricopre la facciata della cattedrale: sembra essa stessa un’architettura a sé, un gioco di tubi e bulloni che mi fa immaginare di essere in un altro mondo, con altre leggi fisiche, con un diverso concetto di estetica, un po’ come quando ci si trova davanti alla struttura del Centre Pompidou di Parigi. Nel campo prospiciente la cattedrale i tavolini dei bar ospitano soprattutto badanti e anziane signore che sorseggiano un caffè, qualcuna ha ordinato uno spriz nonostante siano ancora le dieci. La luce del sole che si riflette sulle pietre della strada è accecante.
Mi infilo in una stretta e buia calle e ritrovo un po’di sollievo per gli occhi. “Chissà perché le strade a Venezia si chiameranno calli”, mi chiedo. Forse è un retaggio che viene dalla colonizzazione spagnola nella vicina Lombardia come il termine “spriz” viene dall’occupazione tedesca; un giorno qualcuno mi ha detto che quando i soldati tedeschi ordinavano un bicchiere di vino in un bar veneziano, l’oste portava loro del vino annacquato (“Tanto i crucchi non si intendono di vino”, avranno pensato) e chiamavano quella bevanda spriz come ulteriore scherno. Lascio questi miei pensieri vicino a un canale maleodorante, la marea si sta abbassando e l’acqua lascia il posto al fango,alle alghe che sembrano peli bagnati sulle pietre delle fondamenta, alla spazzatura di ogni tipo che ritorna ciclicamente alla luce ad ogni bassa marea.
Ancora un paio di curve e mi ritrovo in Riva degli Schiavoni. Ora l’aria si è fatta più pesante, carica di umidità. Comincio a sudare e mi ritrovo mio malgrado immerso in un mare di folla che mi disorienta. Da ogni parte sono circondato da turisti, chi svogliato, chi intontito dal sole, chi con occhi luccicanti per le bellezze che li circondano, ma in ogni caso io e i turisti siamo disorientati e seguiamo un flusso umano senza sapere neanche bene perché.
Basta!
Ho bisogno non tanto di silenzio, ma di trovare un luogo lontano da quel vociare e da quel movimento caotico di cappellini colorati e flash di macchine fotografiche (chissà poi perché usano il flash con questo sole).
Infilo la prima calle che trovo e arrivo nel sestiere di Castello, il luogo in cui tutti si perdono sperando di ritrovare sé stessi o almeno un’indicazione stradale. E’un posto strano questo, un po’fuori dal tempo e sicuramente fuori dai classici percorsi turistici, ti fa venire voglia di esplorare gli angoli scuri in fondo alle vie come se si fosse dei pionieri, come se nessun essere umano avesse mai messo piede su quelle pietre o avesse visto quelle nicchie sui muri di mattoni mangiati dal sale.
Trovo una porta aperta su una ripida scala.
Salgo?
Salgo!
Mentre salgo adagio quegli scalini storti provo a pensare a una scusa credibile da buttare li nel caso fossi scoperto. C’è un forte odore di muffa e umidità. Improvvisamente mi viene in mente la cantina della casa in campagna dei nonni, penso a tutti quegli oggetti strani che penzolavano dalle pareti, all’odore di biancheria pulita vicino al lavatoio,al prato che vedevo dalle strette finestrelle in cima al muro (la memoria olfattiva è la più resistente che abbiamo).
Lascio da parte i ricordi d’infanzia quando mi accorgo che gli scalini di pietra hanno ceduto il passo a dei gradini di legno. Apro una porticina di legno mezza marcia e mi ritrovo su una terrazza in cima al tetto. La vista è mozzafiato. Mi viene in mente la poesia di un poeta veneziano:
“Quando el sol basa i to teti
Venexia, lasame dir se el paragon te piase,
ti me par na bela dona inamorada.”
L’aria è ritornata ad essere pulita lontana dal fetore dei canali, il sole mi riscalda la pelle come se la stessa città mi tenesse nel suo grembo, il mio sguardo corre un po’ ovunque a volo d’uccello.

Andrea Castello